Sussurri

Con la memoria non ho un gran feeling; intendo dire che faccio molta fatica a ricordare date di eventi, numeri di telefono, nomi di persone appena conosciute. Anzi spesso non li ricordo affatto.
Però se mi capita per mano un mio vecchio cappello, un vestito, un giocattolo ecco che tutto riaffiora, sia nel cuore che nella mente, come un antico vascello sprofondato negli abissi del dimenticato.
Ma un paio di anni fa, qualcosa di molto più forte mi ha permesso di ricordare e sono qui per raccontarvelo.
Quando ero piccolo mi capitava spesso di giocare con i pupazzi in terrazza: questa era molto spaziosa e comunicava con un’altra terrazza poco più sopra. C’era come un dislivello a dividerle.
Lungo la parete che le separava correva una grondaia: nel medesimo punto in cui giocavo aveva un foro dal diametro di 3-4 centimetri e purtroppo alcuni dei miei giochi finivano lì dentro senza mai uscire.
Chiedevo sempre ai miei genitori di tirarli fuori ma quando controllavano con la torcia non vedevano nulla; allora correvo giù in cortile temendo di dover raccoglierne soltanto i pezzi ma rimanevo ancora più deluso nell’apprendere che non erano nemmeno caduti.
Poi arrivava l’inverno e per diversi mesi la terrazza restava in balia del freddo e della neve; la grondaia ghiacciava e sul foro si creava una patina di ghiaccio che lo tappava.
Dopo mesi di gelo tornava in tutto il suo candore la brezza primaverile ed io potevo ricominciare a giocare.
Gli anni passavano ed io crescevo, ed è forse questa la cosa che più mi provoca sconcerto verso quello che sto per dirvi.
Il 12 settembre 2004, giorno del mio ottavo compleanno, stavo simulando una guerra fra soldatini verdi e marroni quando sentii una voce fuoriuscire dal foro della grondaia. Inizialmente sembrò una comune corrente d’aria ma quando avvicinai l’orecchio scoprii essere realmente la voce di un uomo; disse:

Al giorno d’oggi avere un posto fisso è fondamentale tesoro, dobbiamo continuare a cercare e vedrai che arriverà. Magari non era il lavoro che faceva per noi…”

Pensai:

Saranno i vicini di sopra, magari hanno qualche problema con il capo…”

Continuai ad ascoltare:

Insomma cosa possiamo pretendere?! Abbiamo 20 anni, c’è una vita di lavoro davanti, non abbattiamoci ora. Godiamoci questa giornata speciale!”

Poi non sentii più nulla e anzi uno spiffero ghiacciato mi penetrò il timpano facendomi quasi male; due settimane più tardi, un caldo pomeriggio di fine settembre stavo facendo correre due automobili in miniatura sulla grondaia quando udii nuovamente quella voce:

Si mi piace proprio! Domandiamo al proprietario a quanto la fa affittare, ma penso che sia quella giusta! Finalmente amore mio!”

Il tono era decisamente diverso, era euforico, allegro ed io sorrisi istintivamente. Ero felice per quelle persone, pur non sapendo con esattezza chi fossero.
Da sopra il muro divisorio si affacciò il mio vicino, Dave due anni più grande di me; avevamo molto in comune e ci trovavamo di frequente a giocare a calcio nella strada sotto casa nostra.

Gli domandai:

Ma è vero che i tuoi genitori hanno trovato una nuova casa? Non ti trasferisci vero?!”

Lui strabuzzò gli occhi e mi disse che non ne sapeva nulla.
Quella sera li sentii litigare, più che altro la madre di Dave fu furiosa perché sosteneva che suo marito non le avesse detto nulla della sua storia segreta con un’altra donna.
Forse avevo combinato un guaio e me ne dispiacque molto, ma non sapevo nemmeno io di cosa stessi parlando, tanto meno sapevo di chi era la voce che sentivo nella grondaia.
Ottobre passò in un baleno e novembre accolse l’arrivo del freddo; non uscii più per parecchi mesi.
Finalmente giunse un’altra primavera e potei tornare a giocare; presi una pallina e la lasciai rotolare giù per la grondaia, riacciuffandola prima che si infilasse nel foro.
Dopo un po’ mi avvicinai ed ascoltai:

Aurora, Aurora! Un nome splendido! Sento che sarà capace di fare grandi cose, sarà una guerriera.”

Avrei voluto chiedere a Dave se avesse appena “ricevuto” una sorellina, ma dopo la lite dell’estate precedente evitai di domandare. Continuai a origliare, ma questa volta accadde una cosa spiacevole:

Ti prego tesoro, ti prego…non lasciarmi…non posso farcela senza di te. Come potrei vivere senza il tuo sostegno, senza il tuo amore?! Ti prego! NOOOOO!”

Un fischio potentissimo mi fece vibrare il cervello e caddi all’indietro, sbattendo il sedere sulle piastrelle.
Corsi in casa e chiusi la porta-finestra; mi accorsi poco più tardi di aver lasciato cadere la pallina nella grondaia.
Quella penso sia stata l’ultima volta che giocai in terrazza, l’ultima volta che sentii quella voce.
A distanza di oltre 60 anni, come vi ho anticipato all’inizio di questo racconto, sono riuscito a scoprire di chi era quella voce, ciò nonostante non mi spiego come tutto questo sia stato possibile.
E sapete qual’è la cosa buffa? Che se lo avessi saputo prima, se quel giorno di settembre qualcuno me lo avesse detto gli avrei creduto e sopratutto avrei lasciato che la vita facesse il suo corso. Avrei lasciato che le parole sussurratemi dalla grondaia si avverassero senza porre un limite, nonostante la consapevolezza di eventi brutti e tragici.
L’uomo che mi parlava dal foro nella lamiera ero io, soltanto da un altro punto nel tempo, da un’altra dimensione se così vogliamo definirla.
Sapete come ho fatto a scoprirlo, come ho fatto a ricordare?
Nell’abitazione in cui vivo tutt’ora c’è una grondaia con un foro appena prima del buco di scarico e un giorno vidi qualcosa spuntare fuori; pareva un minuscolo ramo di legno ma quando lo presi in mano capii che si trattava di un soldatino marrone.
In quel momento mi sentii mancare ma ebbi comunque la forza per prendere una torcia e controllare se c’era qualcos’altro dentro la grondaia e fu lì che ritrovai i giochi d’infanzia perduti: la macchinetta arancione, la pallina, il vecchio modellino di un aeroplano.
Da un certo punto di vista sono felice che fu quello l’epilogo della faccenda, che quella fu l’ultima volta che giocai sulla grondaia perché dalla morte di mia moglie, avvenuta qualche anno fa, ho vissuto nella totale inconsapevolezza del futuro, ponendo la mia vita nelle mani del destino.
Non so cosa mi attende, ma spero che un giorno possa sentire ancora quella voce e tornare, seppur solo col cuore, a giocare sul quella grondaia.